Cosa sta succedendo a Radio Radicale e perché se ne parla tanto

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Nelle ultime settimane in Italia si è sollevato un ampio dibattito sul futuro di Radio Radicale. Nata nel 1976 e da sempre molto vicina alle posizioni del Partito Radicale, l’emittente radiofonica è stata la prima nel nostro paese a occuparsi integralmente di politica. Adesso, però, rischia la chiusura.

Il motivo sta nella volontà del governo di interrompere la convenzione che concede a Radio Radicale un finanziamento e l’autorizzazione a trasmettere in diretta le sedute parlamentari. Ad annunciare la decisione dell’esecutivo è stato il sottosegretario con delega all’Editoria, Vito Crimi.

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È morto Massimo Bordin, storica voce di Radio Radicale

Ma come si è arrivati a questo punto? Mettiamo un po’ d’ordine.

Il servizio pubblico di Radio Radicale

La storica emittente, dal 1994, è l’unica in tutta Italia a trasmettere le sedute integrali del Parlamento. Oltre 10 ore al giorno di palinsesto dedicate al Parlamento, notiziari, convegni, interviste, rassegne stampa e rubriche di ogni tipo.

Un servizio particolare e imponente, che non permette – tra le altre cose – di dedicare molto spazio alla pubblicità. Sarebbe impensabile, ad esempio, interrompere le sedute parlamentari per gli spot. Né, tanto meno, avrebbe senso lanciare le pubblicità mentre i lavori vanno avanti.

La convenzione 

Per questo motivo, dal 1994 l’emittente gode di una convenzione per la trasmissione dei lavori parlamentari. Con annesso un ingente finanziamento.

I fondi erogati dallo Stato a Radio Radicale ammontano infatti a 8,33 milioni di euro l’anno per la trasmissione delle sedute del Parlamento.

A scatenare le polemiche delle ultime settimane, dunque, è stata la decisione di Crimi di non rinnovare la convenzione per la trasmissione dei lavori parlamentari, che scade a giugno 2019.

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I tagli all’editoria di Lega e M5s

Un altro dei cavalli di battaglia del governo a trazione Lega e Movimento Cinque Stelle è stato, fin dall’inizio, quello di spingere per il taglio dei fondi all’editoria.

Una decisione che ha scatenato l’opposizione delle associazioni di categoria del giornalismo: “L’unico effetto – sostiene la Fnsi – di questa misura sarà quello di svuotare le edicole di giornali e di allargare l’esercito dei giornalisti precari”.

Oltre alla convenzione, Radio Radicale sfrutta anche i fondi per l’editoria, per un totale di 4,4 milioni all’anno. L’emittente ha diritto a questi soldi perché è l’organo ufficiale della Lista Marco Pannella.

Di conseguenza, è una delle testate maggiormente colpite dai tagli del governo.

Il futuro di Radio Radicale 

Si sapeva già che, in virtù dei tagli del governo, la radio non avrebbe più usufruito dei fondi pubblici all’editoria a partire dal 2020. La decisione di interrompere anche la convenzione, però, priva così l’emittente anche della seconda “stampella” su cui si sostiene il suo servizio pubblico.

Ecco perché nelle ultime settimane si parla tanto di Radio Radicale. Perché se l’esecutivo continuerà per la sua strada, dopo giugno 2019 la radio sarebbe destinata a chiudere i battenti per sempre.

Sul tema, ovviamente, la politica si è divisa. Tutte le opposizioni hanno chiesto che un patrimonio come Radio Radicale, con il suo inestimabile archivio, venga conservato. Persino la Lega, tramite il segretario Matteo Salvini, ha difeso l’emittente: “Preferirei venissero tagliati i mega-stipendi in Rai piuttosto che chiudere altre voci che fanno informazione”, ha detto.

L’orientamento del Movimento Cinque Stelle, invece, sembra orientato da tutt’altra parte. Come dimostrato dalle parole dello stesso Crimi.

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