Quei fascisti che vorrebbero usare le periferie

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«Casapound non esprime  né rappresenta un malessere sociale. Lo crea semmai, dentro una strategia di azione tutta finalizzata alla comunicazione pubblica. Inasprisce i conflitti». Un articolo de La rivista Il Mulino.

Georges Seurat, Suburb, 1881-1882 - (Wikiart)
Georges Seurat, Suburb, 1881-1882 – (Wikiart)

La questione del fascismo 2.0. Quando alcune persone dicono e fanno cose che si richiamano al fascismo, le prendo sul serio: nel senso che mi preoccupo e credo che siano pericolose, anche quando sono ridicole nelle parole e negli atteggiamenti. Come sappiamo, anche Mussolini era ridicolo ma portò l’Italia alla sua peggiore tragedia della storia.

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Come ha scritto il 15 maggio Ezio Mauro su Repubblica, è però importante sottolineare che questo fenomeno del nuovo fascismo prescinde dal tragitto del regime mussoliniano. «Ciò che oggi si definisce fascismo è fuori dalla storia, perché solo così può rivendicare un’identità senza farsi carico del peso di un’eredità, al riparo dal giudizio del secolo. Si tratta di una presenza situazionista, che nasce e si spegne nell’azione, con il gesto che torna a riassumere una politica, come estrema semplificazione del populismo».
Aggiunge Mauro che però questa «presenza-spot che appare e scompare, senza più una teoria perché tutto si riassume, si giustifica e si consuma nella violenza della prassi, trova un radicamento nel sociale, pescando nel disagio e ancor più nell’emarginazione, entrando di periferia in periferia nei territori abbandonati dalla politica tradizionale, perché considerati perduti».

Periferie, come si è detto spesso in questi giorni. Ma, come si chiedono Pietro Castelli Gattinara Caterina Froio Tommaso Vitale su La rivista Il Mulino, è proprio vero che «Casapound dà voce al disagio delle periferie?».
La risposta è no.

Casapound e tutti i neofascisti hanno bisogno delle periferie per accreditarsi come radicati nel «popolo degli italiani», anche se il seguito che hanno è scarso e sporadico. Casapound sfrutta abilmente la conoscenza che alcuni dei suoi dirigenti hanno dei «meccanismi di produzione dell’informazione che permettono solo ad alcuni fatti di diventare notizie, in una concezione interamente mediatica del confronto politico», scrivono gli autori dell’articolo. Nel caso di Casal Bruciato a Roma, Casapound ha utilizzato il timore e i pregiudizi nei confronti dei rom, per dare l’idea di essere una destra di strada «agli antipodi della politica di palazzo e di élite, e del suo cosmopolitismo borghese». In altre parole, per diventare promotore politico del pregiudizio, presente, ma quasi mai espresso e manifestato in forme organizzate, per creare malessere e conflitto sociale.

E in questa rappresentazione mediatica i neofascisti sono efficaci. Tanto è vero che gli episodi guidati da Casapound contro i rom hanno avuto rappresentanza sui media assai maggiore dei presidi e delle azioni di comitati a difesa dei diritti alla casa de cittadini rom, come quello, per esempio, di Terranova, dove cittadini organizzati hanno predisposto turni a protezione di una famiglia assegnataria di una casa.

Come si è visto in queste settimane, i presidi «anti-rom», continua l’articolo sul Mulino, coinvolgono un numero limitato di persone, quasi tutti militanti di Casapound, pochissimi abitanti del quartiere […] Nell’insieme non si tratta di manifestazioni spontanee, né di grandi sollevazioni popolari.»

Scrivono ancora gli autori del pezzo:

«I movimenti neofascisti come Casapound rappresentano quindi l’espressione del rancore delle periferie? Ebbene no. Se è vero che le estreme destre tentano di muoversi nelle periferie, promuovendo raccolte alimentari e sostituendosi ‘a chi dovrebbe difendere i cittadini’, Casapound non esprime  né rappresenta un malessere sociale. Lo crea semmai, dentro una strategia di azione tutta finalizzata alla comunicazione pubblica. Inasprisce i conflitti, invece di procedere a mediazioni virtuose […]
Le azioni di Casapound sono invece esclusivamente ‘mediageniche’: sono pensate, organizzate e sviluppate principalmente in funzione della loro copertura e trasmissione nei mezzi di comunicazione.»  Il loro effetto si misura nell’impatto sull’immagine pubblica del gruppo neofascista non sul contesto nel quale vengono compiute.

Discorso spinto agli estremi

Così Casapound spinge agli estremi la conversazione sul tema di cui si occupa. Lo fa con atti e espressioni che «ridefiniscono i limiti del campo discorsivo. Lo spingono sempre più verso il margine (gli studiosi parlano di fringe effects) […], dove si giustifica l’odio razzista e l’azione violenta, si celebra il comportamento discriminatorio e si spinge a imitarlo.» Inoltre, «nonostante la scarsa capacità di rappresentanza e l’incapacità di promuovere soluzioni reali e pragmatiche ai problemi della città, finisce per accreditarsi e muoversi al centro del political mainstream.. Casapound cavalca pregiudizi razzisti e la paura della globalizzazione sfruttando l’ambiguità dei partiti tradizionali su temi sensibili come l’immigrazione e il declino dei valori antifascisti condivisi. […] Non sono le periferie a cercare CasaPound, è CasaPound che rincorre le periferie».

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